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Finale di partita

domenica 21 gennaio, ore 21.00
Teatro Cucinelli

Un regista non può non diffidare di Beckett, artefice di gabbie talmente costrittive da lasciare scarsa libertà di intervento o invenzione ad una messa in scena meticolosamente imposta dalla pagina. Detto questo, le opere di Beckett ti entrano nel sangue, ti assalgono quando meno te lo aspetti, non fanno alcuna distinzione tra sonno e veglia, ti si piazzano davanti e si insinuano lentamente o alla spedita velocità di un’allucinazione. Un brandello di conversazione catturata per strada e ci troviamo davanti a Vladimiro ed Estragone, uno sguardo ad una propria reazione ed ecco arrivare Clov ciondolante, un uomo su una carrozzina, una donna su un dondolo o una bocca che ti parla senza sosta, l’associazione è immediata. Se il drammaturgo diciamo così, tradizionale, costruisce l’azione scenica a partire da una situazione, Beckett la costruisce a partire da un’immagine, l’albero di Aspettando Godot, i bidoni di Finale di partita, il registratore de L’ultimo nastro di Krapp, la bocca in Not I, la donna con l’ombrellino di Giorni felici, è impossibile avvicinarsi ad un testo di Beckett senza essere sopraffatti prima di tutto, prima ancora delle parole, dalla straordinarietà significante di un’immagine. Parlare di Beckett significa parlare dell’insensatezza della condizione umana, dell’insondabilità dell’universo e dell’umano, del tentativo di esprimere l’inesprimibile, insomma di molti grandi temi, (anche se lo stesso autore mette in guardia “Il mio lavoro è questione di suoni fondamentali – dice -. Se qualcuno vuole farsi venire il mal di testa con i significati reconditi, faccia pure. E si prepari un’aspirina”) ma più di tutto significa parlare di teatro, di personaggi che si fissano nella memoria, vivi e palpitanti, più di tanti altri della così detta drammaturgia di stampo realistico. In Finale di partita tutto ciò è assolutamente evidente; da un lato i due bidoni che contengono Nagg e Nell, e poi la sedia a rotelle, la scala che dà sulle finestre in alto, costruiscono un luogo installativo, uno spazio autosufficiente che sembra non avere necessità di altro se non di se stesso per essere significante; e poi loro, gli unici abitanti plausibili e possibili di quel luogo, Hamm e Clov da una lato e Neg e Nell, i genitori di Hamm, dall’altro, impensabili l’ uno senza l’altro, come tante coppie comiche del cinema muto impossibili da immaginare separati. Complementari ma ostili, ferocemente legati l’uno all’altro,

Clov Non posso star seduto.

Hamm Già. E io non posso stare in piedi.

Clov Così è.

Hamm A ciascuno la sua specialità (Pausa). Non ridi?

Clov (dopo aver riflettuto) Non ci tengo.

Clov con un passo fuori dalla porta, da sempre e per sempre in procinto di varcare la soglia e via, scapparsene via, Hamm che da parte sua non fa altro che invitarlo costantemente verso l’uscita, e neppure in maniera tanto delicata, più con violenti spintoni che con amorevoli saluti. Ma poi in realtà non possono far altro, sembra, che rimanere lì, in quella stanza (Interno senza mobili, luce grigiastra), uno seduto l’altro in piedi, uno col fischietto in mano l’altro con le orecchie pronte per rispondere al suo suono, e prendersi gioco del mondo ed esserne giocati anche un po’, sotto scacco, perché ad Hamm, il re, spetterebbe l’ultima mossa (Tocca a me, è la prima battuta che Hamm dice) ma restano fermi, uno la condanna dell’altro.

Andrea Baracco

 

di Samuel Beckett

regia di Andrea Baracco

con Glauco Mauri e Roberto Sturno

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